E’ stato un anno molto duro per Arianna Rapaccioni e i suoi figli, privati all’improvviso di un marito eccezionale e di un padre amorevole. Lo scorso mese la vedova si è recata a Coverciano per omaggiare suo marito e donare al museo due cimeli di grande valore: la maglia di allenamento con le iniziali di Sinisa e la divisa rossoblù che il Bologna ha donato alla famiglia dopo la dipartita del campione di Vukovar.
In queste ore la Rapaccioni si è lasciata andare a parole molto commosse ricordando ancora una volta il compianto marito. “Solo in quest’ultimo mese sto prendendo coscienza del fatto che mio marito non c’è più – ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera -. I primi mesi, non capivo più nulla, stavo a Roma, dove mi ero stabilita quando i figli hanno iniziato le superiori, e avevo come la sensazione che Siniša fosse ancora vivo e stesse a Bologna ad allenare la squadra”.
Con il passare del tempo ha dovuto metabolizzare piano piano questo enorme lutto, anche se in casa tutto sembrava parlare di lui, al punto che la donna era convinta di sentirne la presenza: “…Dopo, per mesi, ho avuto sensazioni da chiedermi se ero pazza. Ho sentito delle mani sulle mie mani, proprio delle mani che avvolgevano le mie. E, una notte, l’ho sentito stendersi accanto a me nel letto, ho avvertito il materasso che sprofondava da una parte”.
Struggente il racconto degli ultimi attimi di vita del calciatore, quando se ne è andato circondato dall’amore dei suoi cari: “a cosa struggente è che l’ultima notte, invece, eravamo tutti lì. I figli erano nella stanza accanto, c’ero io, sua madre, suo fratello con la moglie, il suo miglior amico, mia madre. Quando mi sono resa conto che il suo respiro è cambiato e che mancava poco, ho chiamato i ragazzi. Eravamo tutti in silenzio attorno a lui. Gli ho tenuto la mano, l’ho visto lottare col respiro sempre più pesante. Mi è venuto da dirgli: vai, non ti preoccupare, ai ragazzi ci penso io. Solo a quel punto è spirato”.
Oggi Arianna Rapaccioni non ha ancora superato questo dolore, e ha deciso di farsi aiutare da un’analista. Indegne anche le critiche che ha dovuto sopportare da parte di chi, vedendola in giro apparentemente spensierata, ha avuto il coraggio di giudicare il suo percorso di rinascita. “Ognuno ha il suo modo di elaborare il lutto e se mi vedono sorridere in una foto non significa che non soffro“- ha concluso la donna.