La scomparsa del piccolo Domenico Caliendo ha scoperchiato un vaso di Pandora che sta riversando sul nosocomio Monaldi di Napoli una tempesta di fango e dol*re, trasformando il reparto di cardiochirurgia pediatrica in un centro di gravità per interrogativi etici e giudiziari senza precedenti.
All’interno delle mura ospedaliere, l’atmosfera è plumbea: tra i medici e il personale sanitario si è insinuato lo spettro del fallimento, un tarlo che erode la fiducia istituzionale e solleva il dubbio atr*ce che la m*rte del bambino non sia stata una tragic* fat*lità clinica, bensì l’epilogo di un errore sistemico, di una negligenza procedurale che avrebbe potuto e dovuto essere evitata.
Ma il dramm* di Domenico, già di per sé insostenibile, sembra ora non essere più un caso isolato, configurandosi come la punta di un iceberg fatto di sospetti e procedure d’emergenza che sembrano appartenere a un’epoca pre-scientifica.

A squarci*re ulteriormente il velo di silenzio è stata l’avvocata Francesca Petruzzi, rappresentante legale dei Caliendo, la quale ha rivelato l’esistenza di una seconda famiglia pronta a dare batt*glia legale per una vicenda dai contorni sinistramente identici.
Una ferit* che sanguin* ancora e tanta voglia di giustizia hanno riportato i riflettori sul centro ospedaliero della capitale partenopea.
Questo è il caso di una ferit* aperta che risale a marzo del 2023, quando una bimba di appena 5 anni perse la vita dopo un lungo calvario post-operatorio. All’epoca i genitori, guidati dalla loro fede cattolica incontrollabile e dal desiderio di non profanare il corpo della piccola con l’autopsia, avevano scelto di elaborare il lutto nella silenzio e nella quiete del privato.
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