"Perchè ho tolto la vita alla mamma". Claudio Carlomagno, la lettera scioccante al figlio di 10 anni (2 / 2)

La vicenda di Federica Torzullo continua a lasciare ferite aperte, non solo per l’efferatezza del delitto, ma per l’effetto domino che ha devastato un’intera famiglia. Oggi resta un solo superstite, un minore attorno al quale ruota una storia che parla di perdita, responsabilità e tutela. Il padre del bambino, Claudio Carlomagno, è detenuto nel penitenziario di Civitavecchia con l’accusa di aver tolto la vita alla compagna.

Come riportato dal Corriere della Sera, il sindaco Angelo Pizzigallo è stato nominato tutore legale del piccolo, assumendo un ruolo delicato che ha l’obiettivo di garantire stabilità e protezione in una fase segnata da lutti consecutivi.

Nelle ultime settimane è emerso un nuovo elemento destinato a far discutere. Dal penitenziario, Carlomagno avrebbe tentato di stabilire un contatto con il figlio attraverso una lettera. Non una richiesta formale di incontro, ma uno scritto dal tono intimo, nel quale l’uomo prova a raccontare se stesso e, soprattutto, a dare una spiegazione a un gesto che appare privo di spiegazioni: il delitto della madre del bambino, colpita con 23 fendenti.

Federica Torzullo, la sorella vuole incontrare Carlomagno nel penitenziario Federica Torzullo, la sorella vuole incontrare Carlomagno nel penitenziario

Secondo quanto trapela, il testo sarebbe attraversato da un linguaggio emotivo e frammentato, più vicino a un tentativo di rielaborazione personale che a una reale assunzione di responsabilità. Il rischio, tuttavia, è evidente: ogni parola che prova a spiegare può trasformarsi in una forma implicita di giustificazione, caricando il minore di un peso che non dovrebbe mai portare. A tracciare un confine netto è intervenuto l’avvocato Andrea Miroli, legale di Carlomagno, escludendo qualsiasi ipotesi di contatto diretto.

Anche il resto della famiglia ha preso le distanze: il fratello dell’uomo ha interrotto ogni rapporto. La lettera, così, assume un significato che va oltre il gesto privato. Diventa il tentativo di fissare una narrazione destinata a durare nel tempo. Ed è proprio su questo terreno che si gioca la partita più delicata: proteggere il futuro e la memoria di un bambino, affinché non siano definiti da una colpa che non gli appartiene.