La neoplasia ovarica, che rappresenta circa il 30% delle neoplasie dell’apparato genitale femminile, ha colpito nel 2022 circa 6000 donne in Italia, causando 2300 decessi. Le diagnosi si concentrano soprattutto nelle donne tra i 60 e i 64 anni, ma esistono casi anche tra le giovani. Esistono tre tipi principali di neoplasia di questo tipo: carcinoma epiteliale (il più comune), carcinoma germinale (raro e diagnosticato soprattutto nelle trentenni) e carcinoma stromale (meno frequente e talvolta benigno).
Le cause precise di questa neoplasia non sono ancora chiare, ma sono stati identificati diversi fattori di rischio. Tra questi, la mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2 aumenta significativamente la probabilità di sviluppare la neoplasia. Altri fattori includono l’età avanzata, l’obesità, la menopausa tardiva, l’endometriosi, e precedenti esposizioni ad asbesto o radioterapia addominale.
La neoplasia ovarico è spesso soprannominato “killer silenzioso” perché raramente mostra sintomi iniziali. I sintomi, se presenti, possono includere gonfiore addominale, dolore pelvico, inappetenza e nausea. La patologia è particolarmente pericolosa perché le cellule maligne tendono a metastatizzare rapidamente, invadendo organi come il fegato, i polmoni e il cervello.
Per la diagnosi, si segue un iter preciso che inizia con una visita ginecologica e una ecografia pelvica. Un marker tumorale CA-125 e una biopsia confermano la diagnosi. Il trattamento varia a seconda della gravità e può includere chirurgia, chemioterapia (con carboplatino e paclitaxel) e radioterapia.
In termini di prevenzione, è importante mantenere uno stile di vita sano, ma il test genetico rappresenta una strategia fondamentale per le donne con familiarità alla neoplasia. In presenza di mutazioni genetiche, è anche possibile ricorrere alla chirurgia profilattica per rimuovere preventivamente ovaie e tube, riducendo significativamente il rischio di sviluppare la grave patologia.