
Quel 29 dicembre 2013 a Méribel segnò la fine del mito pubblico e l’inizio di un’esistenza inaccessibile, protetta con una determinazione senza precedenti. Per Michael Schumacher, l’uomo che sfidava curve a trecento all’ora, i confini del suo universo sono da tredici anni quelli imposti da una privacy ferrea.
L’ex campione, secondo quanto trapelato da fonti mai ufficiali, vive nella sua residenza sul lago di Ginevra assistito da un team medico dedicato. Un quadro clinico celato, ma che da indiscrezioni accreditate descriverebbe gravi limitazioni nella parola e nel movimento autonomo, sebbene con reazioni minime agli stimoli e una respirazione spontanea.
L’unico riferimento incondizionato è la moglie Corinna, architetta di questo isolamento totale. Lei è la custode, il filtro, il muro. Ogni informazione, ogni accesso, passa per il suo assenso. Negli anni, solo rari e simbolici squarci: l’emozione di un casco autografato per Jackie Stewart, mostrato in Bahrain grazie al suo aiuto, venne letta più come un messaggio affettivo che medico. A ribadire la realtà, spogliandola di ogni speranza romantica, è stata di recente una voce interna al mondo delle corse.

Richard Hopkins, ex dirigente Red Bull e McLaren, ha parlato con disagio, sottolineando di non essere tra i pochissimi ammessi alla residenza svizzera – un cerchio ristretto che include nomi come Jean Todt e Ross Brawn. La sua dichiarazione è stata un monolite: “Dubito che potremo rivedere Michael in pubblico”.
Non una diagnosi, ma una constatazione esistenziale da chi conosce le regole del gioco. È la conferma che il grande ritorno, la miracolosa ripresa agognata dai fan, non è nell’orizzonte di chi sta dentro la fortezza.