Liliana Resinovich, finalmente esce fuori la verità: Sterpin vuota il ‘sacco’ (1 di 2)

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Per il momento la morte di Liliana Resinovich, ex dipendente in pensione della Regione Friuli Venezia Giulia, è un giallo e le indagini proseguono a ritmo serrato per cercare di chiarire questo caso piuttosto intricato, con ancora troppi punti interrogativi.

La 63enne, scomparsa da Trieste il 14 dicembre, è stata ritrovata cadavere, avvolta in due sacchi neri, di quelli che si usano per i rifiuti, 22 giorni dopo aver fatto perdere le sue tracce, nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste e la Procura non ha ancora capito se la donna sia stata uccisa o se si sia suicidata.

Per stabilirlo, si gioca tre carte: il Dna vegetale, l’analisi sui due telefoni cellulari della vittima, l’esame del liquido contenuto nella bottiglietta che era accanto al cadavere. L’inchiesta, aperta a dicembre per sequestro di persona, è ancora oggi senza indagati.

Dalla relazione psicologica, Lilly, così come tutti la conoscevano, era ritenuta una persona dignitosa, riservata, silenziosa, in equilibrio. Capiamo bene che questa descrizione cozza con l’idea di suicidio. Lilly non aveva voglia di morire, anzi stava per andare verso una nuova stagione di vita e di questo ne sono convinti tutti i suoi amici più stretti che chiedono di conoscere cosa le è effettivamente accaduto.

Tutti, all’unisono, ripetono che la donna non era depressa ma piuttosto soffocata, nella relazione con il marito, Sebastiano Visintin, fotografo 72enne che, ricordiamo, è stato scagionato dal dna rilevato sul cordino di uno dei sacchi neri nei quali è stato rinvenuto il cadavere della moglie. Su tale cordino non sono state trovate tracce biologiche né sue, né di Claudio Sterpin, né del vicino di casa Salvatore Nasti.