“L’ha fatta finita”. La notizia improvvisa dalla casa circondariale (2 / 2)

Uno dei ventisette uomini finiti in manette nell’ambito dell’operazione antidroga dei carabinieri contro lo spaccio di droga nel quartiere Piave di Mestre, scattata due giorni fa, si è tolto la vita. A compiere il gesto estremo è stato il 39enne Bassem Degachi, di origini tunisine,  che da mesi lavorava in semilibertà con la cooperativa sociale “Il cerchio”, e aveva intrapreso un percorso di recupero.

Stando a quanto riportato da fanpage.it e su diversi altri siti d’informazione attendibili che si sono occupati del caso, Bassem, nel momento in cui ha ricevuto la  notifica dell‘ordinanza di custodia cautelare, ha  prima effettuato un’ultima chiamata alla moglie, di cui vi riporteremo il contenuto nel corso dell’articolo,  e successivamente si è tolto la vita.

Marco Borella, il legale che di Degachi,  ha fornito alla stampa ulteriori informazioni, dicendo che a settembre 2023 si sarebbe dovuta svolgere l’udienza per l’affidamento in prova ai servizi sociali. L’avvocato difensore del tunisino che si è tolto la vita, non ha potuto fare a meno di esprimere il suo massimo disappunto sull’ordinanza eseguita l’altro ieri, che faceva riferimento a fatti avvenuti nel 2018.

Degachi aveva già scontato due anni e mezzo nella casa circondariale, da cui era uscito da un anno, lavorando per la cooperativa. L’avvocato ha precisato: “Da un anno lavorava fuori dal carcere, per poi tornarci a dormire la sera. A settembre avremmo avuto l’udienza per l’affidamento in prova ai servizi sociali. Si è sentito perso. Che senso ha avuto disporre quest’ordinanza per fatti di cinque anni fa?”. A spendere belle parole sul tunisino che si è tolto la vita anche il presidente de Il Cerchio, Giorgio Mainoldi, che lo ha descritto come “una persona corretta, amabile, che si è sempre comportata bene”,precisando che: La notizia del gesto estremo ci ha segnati particolarmente”.

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Intorno a mezzogiorno l’uomo, nell’ultima telefonata alla moglie, avrebbe espressamente dichiarato di volerla far finita, dicendole: “Sono rovinato, mi uccido”. La donna ha allertato immediatamente il carcere di Venezia ma invano. Il racconto dell’avvocato del tunisino scomparso si chiude così: “Hanno cercato di telefonarmi in studio per farmi parlare con lui. Gli avrei detto di stare tranquillo, che non era un problema. Non ha retto all’idea di tornare in carcere. Questa sentenza è arrivata per fatti legati a un passato ormai lontano e quest’uomo stava svolgendo in maniera corretta e precisa il suo lavoro”.