Era una tranquilla giornata estiva, quella del 19 luglio 1985, quando la Val di Stava, nel Trentino nord-orientale, fu travolta da una delle più gravi catastrofi geo-idrologiche della storia italiana. Alle 12.22, senza alcun preavviso, una colossale ondata di fango e detriti — circa 180mila metri cubi — si staccò dalle discariche minerarie di fluorite della miniera di Prestavèl.
Il materiale precipitò a valle con una velocità impressionante, sfiorando i 90 km/h, portando con sè tutto ciò che incontrava. Alla massa iniziale si aggiunsero ulteriori 40-50mila metri cubi di detriti, provenienti da crolli, alberi sradicati e strutture rase al suolo. In pochi minuti, la valanga seppellì completamente case, alberghi e persone, fino alla confluenza con il torrente Avisio.
Il bilancio fu dei peggiori: 268 vite spezzate, tra cui 28 bambini sotto i dieci anni e 31 ragazzi sotto i diciotto. Furono disintegrate 53 abitazioni, 3 hotel, 6 capannoni, 8 ponti e numerosi altri edifici. I soccorsi, mobilitati in tempi record, coinvolsero oltre 18.000 persone: vigili del fuoco volontari, militari, Croce Rossa, volontari civili. I bacini di decantazione erano instabili e privi dei requisiti minimi di sicurezza.
Nicola dell’Aquila, tra i sopravvissuti, perse la moglie Maria e la figlia Cristina. A distanza di quarant’anni, racconta con voce ferma il ricordo di quell’ultimo abbraccio e il dolore che non ha mai smesso di vivere. Un dramma evitabile, resa ancor più amara dall’assenza di vera giustizia.
“Quel giorno ho perso tutto, e da allora nulla è stato più lo stesso. La giustizia? Parziale. Nessuno ha mai pagato davvero.” Il suo racconto, rilanciato in rete da giornalisti e associazioni, ha commosso migliaia di persone e acceso di nuovo l’attenzione su una strage che non deve essere dimenticata.