
La ricina è un veleno estratto dai semi della pianta di ricino, ma per essere letale deve essere lavorata con perizia. È una sostanza “pulita”, che imita i sintomi di una grave gastroenterite prima di portare al collasso multiorgano. Il fatto che sia stata utilizzata suggerisce una premeditazione lucida e una conoscenza non comune della chimica. Il killer ha usato la biologia, trasformando un pasto comune in una trappola che non ha lasciato scampo.
L’ipotesi che sta togliendo il sonno agli investigatori riguarda i regali di Natale. In una casa pronta per le feste, i pacchi donati da amici e conoscenti abbondano. Gli inquirenti stanno vagliando la possibilità che il veleno non fosse nel cibo cucinato in casa, ma nascosto in un omaggio alimentare ricevuto da terzi: un barattolo di conserve, un dolce artigianale o una bottiglia di liquore “corretta” con la ricina.
Tutti i pacchi regalo trovati nell’abitazione di via Borgo, insieme ai resti della cena del 23 dicembre, sono stati posti sotto sequestro e inviati ai laboratori del RIS di Roma. Si cercano tracce di manipolazione sulle confezioni, fori microscopici o residui di polvere sospetta. Se l’ipotesi del “regalo avvelenato” venisse confermata, si profilerebbe un piano di una crudeltà inaudita: colpire mamma e figlia nel momento della massima fiducia e gioia, utilizzando il simbolo stesso della generosità natalizia per uccidere.

Se il veleno è arrivato tramite un pacco regalo, il killer deve far parte della cerchia di conoscenze delle due donne. Qualcuno che sapeva che avrebbero aperto quel dono e ne avrebbero consumato il contenuto insieme. Gli interrogatori si susseguono: si scava nei rapporti personali, nei conflitti passati, nelle piccole ruggini di paese che potrebbero essere degenerate in una furia folle. La ricina non si trova al supermercato; recuperarla e somministrarla richiede un impegno che punta verso qualcuno che ha agito con una determinazione feroce.
L’ipotesi dunque è che l’eventuale killer avesse intenzione di far fuori tutta la famiglia, che comprendeva anche il marito Gianni Di Vita e l’altra figlia 19enne, che si salvò perché quella sera era in pizzeria con gli amici. Di Vita è protagonista politico locale, ex sindaco di Pietracatella dal 2006 al 2014 nonché segretario amministrativo del Partito democratico del Molise. Anche in virtù del suo passato, aveva ricevuto parecchi pacchi regalo, cestini, dolci fatti in casa. E la ricina potrebbe essere stata contenuta da uno di questi.