Garlasco, l’annuncio poco fa: "Un altro cadavere" (2 / 2)

Il caso del delitto di Chiara Poggi torna a far discutere, questa volta per un dettaglio tecnico emerso in merito agli esami svolti durante l’autopsia. In un’intervista al programma Zona Bianca, il dottor Alberto Bonsignore, direttore dell’Unità di Medicina Legale dell’ospedale Gaslini di Genova, ha sollevato perplessità sull’affidabilità del materiale utilizzato per il prelievo orofaringeo.

Secondo quanto riferito, la procedura indicava un tampone orofaringeo, ma in realtà sarebbe stata utilizzata una garza, un elemento che – a suo dire – apre la strada alla possibilità di contaminazioni. “Le garze, solitamente, vengono aperte all’inizio dell’autopsia e lasciate su un carrello a disposizione dell’operatore, esponendosi a contaminazioni ambientali. Al contrario, i tamponi orofaringei sono dispositivi sterili, sigillati singolarmente, che offrono maggiori garanzie in termini di integrità“, ha spiegato Bonsignore.

Il medico ha inoltre dichiarato che non si può escludere che una possibile contaminazione sia avvenuta a causa della presenza di altri corpi senza vita nella stessa sala settoria, un’eventualità non rara in medicina legale, dove spesso si lavora su più tavoli contemporaneamente. Nel frattempo, le indagini scientifiche proseguono.

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È stato incaricato un esperto dattiloscopista per esaminare eventuali impronte digitali presenti sulle fascette para-adesive e sui fogli di acetato. Tuttavia, non mancano le tensioni tra la Procura e la famiglia Poggi. L’istanza presentata dall’avvocato Gian Luigi Tizzoni per estendere le indagini all’“impronta 33” è stata respinta.

Secondo la Procura, il materiale originale su cui effettuare comparazioni non esiste più, restando solo una fotografia. Per questo, l’approfondimento non è stato ritenuto ammissibile. All’uscita dal tribunale di Pavia, l’avvocato Tizzoni ha criticato duramente la decisione sottolineando come le indagini si devono svolgere anche nell’interesse dell’indagato, mentre in questo caso sono state fatte solo a beneficio del condannato.