
Il risveglio dopo la tragedia ha portato con sé il peso della realtà e le domande incalzanti di chi cerca un responsabile. I soccorritori hanno lavorato senza sosta per ore, lottando contro il tempo e il gelo, mentre i nomi dei ragazzi coinvolti iniziavano a circolare, trasformando i volti sorridenti delle foto social in simboli di una perdita incolmabile.Giovanna Tranchida, madre di due figli di 15 e 21 anni, ha alzato la voce contro il coro di giudizi sommari che ha invaso il web subito dopo il sinistro.
«Ho letto tanti commenti su questi giovani definiti irresponsabili e questo mi ha fatto male», ha dichiarato la donna, sottolineando come la colpa non possa essere l’unica chiave di lettura di una assurdità collettiva.
Secondo la testimonianza di Giovanna, l’evento parla direttamente agli adulti, chiamandoli in causa come parte di una comunità che ha il dovere di proteggere e comprendere, non solo di condannare. Il dolore di quei genitori è diventato il dispiacere di tutti, perché, come lei stessa ammette, in tantissimi si sono sentiti genitori di quei ragazzi in quelle ore.

Le autorità della Svizzera e le forze di polizia locali continuano a indagare sulle dinamiche precise che hanno portato al distacco della massa nevosa, cercando di capire se vi fossero segnali premonitori ignorati. Nel frattempo, il dibattito sulla sicurezza in montagna si intreccia con il bisogno umano di trovare conforto in una narrazione che non sia solo fatta di numeri e fatti crudi.
La risoluzione di questo dramma non si trova nelle aule di tribunale, ma nella capacità di una comunità di stringersi attorno ai superstiti e alle famiglie. Le parole della madre siciliana restano come un monito: la fragilità della vita richiede un rispetto che va oltre il giudizio, trasformando il segno lasciato da questa vicenda in una lezione di umanità profonda.