In queste settimane tutto il mondo è stato con il fiato sospeso per il destino del piccolo Kfir Bibas, uno degli ostaggi israeliani finito nelle mani di Hamas, l’organizzazione anti israeliana che risiede a Gaza. Le tensioni in Medioriente sono divampate per l’ennesima volta ad inizio ottobre, quando l’ennesimo attentato di Hamas ha scatenato la furia di Israele.
Secondo un comunicato delle Brigate al Qassam, ancora però da ufficializzare, gli ostaggi israeliani sarebbero deceduti: “Tre sionisti detenuti sono deceduti >a causa dei precedenti bombardamenti sionisti sulla Striscia di Gaza“. Il piccolo Kfir Bibas non sarebbe sopravvissuto ad un raid israeliano sulla striscia di Gaza; nessuna speranza neanche per la madre ed il fratellino di 4 anni.
Kfir era l’ostaggio più giovane a Gaza e la sua foto è diventata il simbolo del dramma degli ostaggi israeliani. Era stato catturato lo scorso 7 ottobre dal Kibbutz di Nir Oz insieme a suo padre Yarden, 34 anni, la madre Shiri, 32, e il fratello Ariel. Si è sperato sino all’ultimo che il bimbo e la sua famiglia riuscissero a salvarsi, ma alla fine si è verificato proprio l’epilogo più temuto.
Nei giorni scorsi c’era stata una grande partecipazione da parte dei famigliari di kfir per chiedere la liberazione. Ecco l’appello diffuso dallo zio del bimbo: “Chiediamo al governo israeliano, al Qatar e all’Egitto, a tutti coloro che sono coinvolti in questi negoziati e in questo accordo, di fare tutto il possibile per includere la nostra famiglia in questo accordo e di rilasciarli il prima possibile”.
Oltre a questo, in Israele si era svolta anche una manifestazione di solidarietà con centinaia di partecipanti che avevano alzato nel cielo palloncini arancioni, il colore dei capelli di Kfir, per chiederne la sua liberazione. Iniziative che, nonostante il grande impegno dei promotori, non hanno prodotto l’effetto sperato.