Esiste una tr*ncea silenziosa che si attiva ogni volta che il cielo decide di rovesciare la sua furia sulla terra, una prima linea fatta di uomini e donne che non indossano divise, ma la fascia tricolore. Quando le perturbazioni smettono di essere semplici bollettini meteorologici per trasformarsi in eventi d*struttivi, il peso di intere comunità ricade sulle spalle dei primi cittadini.
Sono loro, i sindaci dei piccoli borghi e delle aree interne, i primi a ricevere le chiamate nel cuore della notte, i primi a dover decidere se chiudere una strada o evacuare una famiglia, i primi a misurare con i propri occhi la fragilità di un territorio che si sbriciola sotto i colpi del fango.
In questi momenti, il ruolo del sindaco muta: non è più solo l’amministratore della cosa pubblica, ma diventa l’ultimo baluardo di sicurezza per cittadini spaventati, il coordinatore di soccorsi spesso eroici ma tragicamente sottodimensionati. È una solitudine istituzionale che brucia, specialmente quando le luci dei riflettori regionali o nazionali sono puntate altrove e le risorse a disposizione nei cassetti comunali si rivelano, dramm*ticamente, del tutto insufficienti a fronteggiare l’apocalisse.

La pioggia che cade non bagna solo la terra, ma scava solchi profondi nelle certezze di chi deve garantire la tenuta sociale di territori già provati dall’abbandono e dalla crisi economica.
In questo scenario di resistenza estrema, si leva la voce di Sabrina Lallitto, sindaca di Casacalenda, che con un misto di pragmatismo e disperazione ha deciso di dare un nome preciso a ciò che sta accadendo: “Alluvione”.
Non un semplice maltempo, ma una catastrofe che sta ridisegnando la geografia del basso e medio Molise.
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