Il calcio italiano ha perso uno dei suoi ultimi narratori, un uomo che ha vissuto il campo non come un ufficio, ma come un palcoscenico di avventure e furbizie. Paolo “Ciapina” Ferrario, scomparso tra il 24 e il 25 gennaio 2026 all’età di 82 anni, è stato l’incarnazione di un calcio romantico, fatto di intuito e personalità vulcanica.
Prima che lo scouting diventasse una questione di database e algoritmi, Ferrario possedeva quello che nel gergo calcistico viene chiamato “occhio clinico”. Durante la sua carriera da allenatore, è stato tra i primi a intravedere potenzialità in calciatori considerati finiti o troppo acerbi. A Trento, in particolare, riuscì a creare un mix esplosivo tra vecchie glorie in cerca di riscatto e giovani promesse locali, convinto che il calcio fosse prima di tutto una questione di motivazioni psicologiche piuttosto che di chilometri percorsi.
Il suo soprannome non era un vezzo, ma una sentenza. Preso in prestito da Ugo Ciappina, celebre rapinatore della “mala” milanese, quel “Ciapina” descriveva perfettamente lo stile di Paolo in area di rigore: un predatore silenzioso che sbucava dal nulla per scippare il pallone ai difensori e depositarlo in rete. Con quella sua faccia da attore neorealista e il fiuto per il gol, ha attraversato gli anni ’60 e ’70 lasciando il segno al Milan (dove vinse due Tornei di Viareggio), al Monza e soprattutto al Cesena, dove è tuttora considerato un mito intramontabile.

Ma è nella sua seconda vita, quella in panchina, che Ferrario ha costruito il suo capolavoro di carisma, legando il suo nome in modo indissolubile al Trento. Al “Briamasco” non era semplicemente l’allenatore; era il condottiero di una provincia che sognava in grande.
Negli anni ’80, sotto la sua guida, il Trento non solo sfidava le grandi piazze in Serie C1, ma lo faceva con una spavalderia che rifletteva il carattere del suo tecnico.
È passato alla storia del club gialloblù come l’allenatore capace di dare un’identità tecnica e morale a una squadra che, grazie a lui, si sentiva imbattibile tra le mura amiche.