
Il caso del piccolo Domenico Caliendo, deceduto dopo un trapianto di cuore eseguito all’ospedale Monaldi di Napoli, ha innescato un’inchiesta complessa che vede coinvolti diversi profili professionali. La Procura ha iscritto nel registro degli indagati sette medici del nosocomio napoletano e due infermieri dell’ospedale di Bolzano, dove è avvenuto l’espianto dell’organo.
Il punto centrale delle indagini riguarda proprio le modalità di trasporto: l’organo è giunto a destinazione all’interno di un box non attrezzato con un termometro adeguato, finendo per subire un congelamento eccessivo.
Gli infermieri presenti in sala operatoria hanno riferito agli inquirenti di aver tentato di riportare l’organo a una temperatura utilizzabile ricorrendo all’uso di acqua tiepida e calda, una manovra d’emergenza che non è riuscita a scongiurare l’esito t*agico per il bambino.

L’autopsia, avviata recentemente nell’ambito dell’i*cidente probatorio disposto dal gip Mariano Sorrentino, ha l’obiettivo di chiarire se il cuore abbia subìto l*sioni irreversibili già durante la fase di espianto o se il danno sia stato provocato esclusivamente dalle condizioni di conservazione durante il volo. Il collegio peritale avrà 120 giorni di tempo per depositare le conclusioni che delineeranno le responsabilità penali.
Ma ecco che arrivano dei particolari. Sono le 16.06 del 23 dicembre scorso. Nella sala operatoria dell’ospedale Monaldi di Napoli il cuore arrivato da Bolzano e impiantato nel petto del piccolo Domenico Caliendo non riparte. L’infermiera Teresa Calascione, uscita dalla sala operatoria alle 14.12, si informa via WhatsApp con i colleghi sull’andamento dell’intervento iniziato intorno alle 14.30. La risposta del caposala è secca: «Non va… zero… è una pietra». Calascione reagisce con sgomento: «Mamma mia. Se lo tengono sulla coscienza». Le conversazioni, come riportano oggi Il Mattino, La Repubblica e Il Messaggero, sono agli atti dell’inchiesta sulla m*rte del bambino.
Un’ora prima della conversazione con il caposala, Calascione aveva già ricevuto segnali allarmanti dalla collega Cristiana Passariello, presente in sala operatoria. Alla domanda «a che state?», Passariello aveva risposto con un vocale: «Hanno portato il cuore nel ghiaccio secco. Si è congelato, forse non lo può impiantare… è un casino». Un quarto d’ora dopo, Calascione torna a scrivere alla collega: «Avete risolto? Ma lui ha fatto il pazzo?», con un probabile riferimento al cardiochirurgo Guido Oppido, incaricato del trapianto. La risposta di Passariello descrive un tentativo estremo: «Per scongelarlo lo abbiamo messo nell’acqua calda, ti ho detto tutto. Se riparte è un miracolo».