Il 6 novembre 2024, la regione delle Fiji è stata colpita da due forti scosse di terremoto, entrambe rilevate nelle acque profonde del Pacifico. Secondo l’US Geological Survey (USGS), il primo sisma, di magnitudo 5.1, si è verificato alle 16:38 ora italiana, a una profondità di 586 chilometri. La profondità insolita dell’evento ha contribuito a limitare gli effetti in superficie, riducendo così il rischio di danni per la popolazione locale.
Tuttavia, il movimento tellurico è stato comunque percepito in diverse aree della regione, a testimonianza della sua potenza. Poco dopo la prima scossa, alle 16:55, una seconda scossa ha colpito nuovamente la stessa zona, con una magnitudo di 5.7 secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Questo secondo sisma è avvenuto a una profondità di 431,8 chilometri, un po’ meno profonda della prima.
Sebbene la magnitudo fosse superiore alla precedente, la profondità ha ancora una volta limitato le conseguenze sulla superficie terrestre. Questo tipo di scosse profonde sono comuni nelle zone di subduzione, dove una placca tettonica scorre sotto un’altra, accumulando energia in profondità. Le autorità locali e i centri sismologici internazionali hanno subito monitorato la situazione per verificare eventuali rischi per la popolazione e strutture.
Fortunatamente, al momento non sono stati segnalati danni né a persone né a cose. Le due scosse, sebbene potenti, non hanno avuto l’intensità sufficiente a causare un allarme tsunami, considerando anche la profondità dell’ipocentro, che riduce il rischio di ondate anomale nell’oceano. Le Fiji e la regione del Pacifico sono situate nel cosiddetto “Anello di Fuoco”, una zona caratterizzata da frequenti attività sismiche e vulcaniche a causa dei movimenti tettonici.
Gli eventi del 6 novembre sono una dimostrazione delle dinamiche attive di questa area, dove le placche tettoniche in costante movimento generano sismi profondi e talvolta poco percepiti in superficie. Anche se meno impattanti di quelli superficiali, i terremoti profondi possono dare utili indicazioni agli esperti sul comportamento delle placche e sull’accumulo di energia nelle zone di subduzione.