Strage di Erba, Olindo Romano: dopo 19 anni arriva la confessione choc (2 / 2)

La notizia riguarda l’ultima intervista rilasciata da Olindo Romano dal penitenziario di Opera, nella quale l’uomo torna a parlare della Strage di Erba con dichiarazioni che hanno del clamoroso. Olindo sostiene con forza la tesi di un complotto ai danni suoi e della moglie Rosa Bazzi, affermando che la loro iniziale confessione fu frutto di una pressione psicologica insostenibile e della promessa di benefici detentivi. Il “cuore” della sua dichiarazione choc, tuttavia, riguarda la contestazione della prova regina: il DNA di Valeria Cherubini trovata sul battitacco della sua auto.

Secondo quanto dichiarato da Olindo, quella specifica prova non sarebbe mai esistita in quel modo, ma sarebbe stata “creata” o comunque manipolata dai Carabinieri durante le fasi iniziali dell’inchiesta. Romano sostiene che la traccia ematica sia stata trasferita sul veicolo in modo artificiale per incastrarli, puntando il dito contro presunte irregolarità nelle procedure di repertamento. Si tratta di accuse gravissime che mettono in discussione l’integrità dell’intera catena di custodia dei reperti scientifici utilizzati nel processo.

L’intervista affronta anche il tema della testimonianza oculare di Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto alla strage. Olindo ribadisce che il ricordo di Frigerio sarebbe stato “orientato” dagli inquirenti durante i primi colloqui in ospedale, trasformando un ricordo inizialmente vago di un uomo sconosciuto nella descrizione precisa di Olindo stesso. Per i legali della coppia, questo fenomeno di falso ricordo indotto sarebbe alla base dell’errore giudiziario che intendono dimostrare davanti alla Corte d’Appello di Brescia.

La notizia è di queste ore: il Senato ha approvato il decreto La notizia è di queste ore: il Senato ha approvato il decreto

Le parole di Olindo Romano arrivano in un momento cruciale, proprio mentre si discute l’ammissibilità dell’istanza di revisione della sentenza. La difesa punta molto sulla cosiddetta “prova 12”, un video relativo ai colloqui tra Frigerio e il neurologo che, secondo gli avvocati, mostrerebbe chiaramente come il testimone non fosse in grado di riconoscere l’uomo senza suggerimenti esterni. La strategia difensiva si basa quindi su un attacco combinato: la presunta manipolazione dei reperti fisici e la fragilità della prova testimoniale.

In conclusione, la confessione (o meglio, la ritrattazione totale e l’accusa di complotto) di Olindo Romano riaccende un faro su una delle vicende più oscure d’Italia. Mentre l’accusa e i familiari delle persone scomparse ritengono che queste siano solo manovre disperate di chi non ha più nulla da perdere, la difesa spera che queste parole spingano i giudici a concedere un nuovo processo. La domanda resta sospesa: si tratta della ricerca della verità o di un ultimo tentativo di evitare l’ergastolo definitivo? Solo la decisione della magistratura potrà mettere la parola fine a questo infinito braccio di ferro.