Il silenzio della casa, un tempo colonna sonora di una pace domestica inattaccabile, era diventato per Jonathan un rumore bianco assordante. Prima che quel ritmo perfetto deragliasse, il ritorno di Nara era il rintocco di un orologio svizzero: puntuale, rassicurante, profumato di bucato e di una giornata spesa bene.
Ora, l’ingresso della moglie dopo le 21:00 era un’ombra lunga che si stendeva sui quaderni aperti di Lena Rose e sul vapore di una cena ormai svanito.Ma non era solo il tempo a mancare; era ciò che Nara portava impresso sulla pelle.
Quei segni scarlatti sui polsi, solchi ruvidi che parevano lasciati da legacci invisibili, stridevano violentemente con la natura di una donna che aveva sempre dichiarato gu*rra a orologi e gioielli.

Per Jonathan, quei cerchi di pelle irritata erano diventati il perimetro di un segreto inconfessabile, una mappa di sospetti che lo portava verso conclusioni che non osava nemmeno sussurrare a se stesso.
Una sera, spinto da un’inquietudine che gli artigliava lo stomaco, decise di non aspettare il suono della chiave nella toppa. Voleva risposte, non scuse. Guidò verso il distretto finanziario, osservando i grattacieli che tagliavano il cielo notturno come lame di vetro.
Quando raggiunse l’ufficio di Nara, il palazzo era quasi deserto, un gigante di cemento che respirava a fatica nel buio.Salì i piani in un ascensore che sembrava troppo lento per la sua ansia. Immaginava di tutto: un tradimento, un secondo lavoro pericoloso, una vita parallela.
Ma quando aprì la porta del suo ufficio, la scena fu un colpo secco al cuore, per ragioni opposte a quelle temute.
Nara era seduta a terra, in un angolo remoto dell’archivio, circondata da montagne di faldoni ingialliti. Indossava pesanti guanti di protezione industriale che le risalivano lungo gli avambracci, con bordi in gomma così stretti da averle martoriato la pelle per ore.