Referendum, la notizia clamorosa per la famiglia Berlusconi (2 / 2)

La sconfitta del “sì” al referendum sulla giustizia ha lasciato un segno evidente anche nella famiglia Berlusconi. Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e primogenita di Silvio Berlusconi, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma fonti vicine all’imprenditrice confermano il suo rammarico per l’esito della consultazione.

L’esito ha infatti bloccato la riforma della giustizia promossa dal padre e sostenuta dal centrodestra. Nel fine settimana, Marina aveva percepito segnali di una possibile rimonta del fronte del “no”, ma la decisione finale – stretta, appena 47 voti di differenza – non ha comunque determinato tensioni interne a Forza Italia.

Secondo fonti parlamentari della maggioranza, la bocciatura non comporta alcuna responsabilità nei confronti del partito o del suo segretario nazionale, Antonio Tajani, che ha lavorato intensamente per promuovere il sì. La famiglia Berlusconi, dunque, esprime solo delusione per l’occasione persa, senza alcuna critica verso i vertici azzurri.

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L’auspicio, sottolineano le stesse fonti del centrodestra, è che la questione della giustizia rimanga al centro dell’agenda politica e non si esaurisca con il referendum. Tajani, nella sua analisi del voto, ha ricordato come il tema continui a essere prioritario: “La riforma della giustizia rimane un tema sul tavolo, e non rinunceremo mai ad occuparcene”, ha dichiarato. Il voto nel comune di Arcore, storica roccaforte del berlusconismo, è stato particolarmente serrato.

Qui, la riforma non ha raggiunto la maggioranza per una manciata di voti: il “no” si è attestato al 50,25%, mentre il “sì” ha raccolto il 49,75%. L’affluenza ha superato il 67%, con 9.305 elettori recatisi alle urne. Una partita a due fino all’ultimo scrutinio, che ha visto prevalere il fronte del “no” ma senza distanze significative.  Il voto di ieri viene interpretato come un momento di riflessione per il Paese, ma non come una chiusura definitiva del dibattito sulla riforma costituzionale, che resta all’ordine del giorno dell’agenda politica nazionale.