Le prime missioni Apollo risalgono ad oltre mezzo secolo fa, in un’epoca ben lontana dal portentoso sviluppo tecnologico di questi ultimi decenni. Sembra perciò molto strano che il progetto per riportare l’uomo sulla Luna, il programma Artemis, vada sistematicamente incontro a fallimenti e a difficoltà di sorta.
Senza voler alimentare il complottismo, la domanda, però, non può che sorgere spontanea: come è stato possibile, invece, riuscire a completare questa complicatissima missione spaziale oltre 50 anni fa? La risposta non è semplice e abbraccia motivazioni politiche, economiche, tecnologiche e culturali.
All’epoca della guerra Fredda, lo spazio era il terreno di scontro tra le due superpotenze mondiali. Il programma Apollo nacque proprio da questa rivalità: una sfida simbolica tra Stati Uniti e Unione Sovietica, sostenuta da un investimento economico senza precedenti — 28 miliardi di dollari dell’epoca, che oggi equivarrebbero a circa 280 miliardi. Oggi il contesto è radicalmente diverso.
Il programma Artemis, che punta al ritorno sulla Luna, si muove in un panorama geopolitico e finanziario molto più frammentato. Dal 2012 al 2020 sono stati stanziati 40 miliardi di dollari, e si prevede che entro il 2025 ne verranno aggiunti altri 53. Tuttavia, il budget della NASA rappresenta oggi appena lo 0,5% del bilancio federale, contro il 4,4% che le veniva destinato durante l’epopea Apollo. Questo ridimensionamento rallenta i tempi e complica la pianificazione.
Cambia anche la natura dell’impresa. Se negli anni Sessanta l’obiettivo era esclusivamente dimostrare superiorità tecnologica e politica, oggi Artemis mira a stabilire una presenza umana permanente sulla Luna. Un traguardo ben più ambizioso, che comporta sfide inedite. Anche l’approccio alla sicurezza ha subito un’evoluzione. Oggi ogni dettaglio viene studiato per garantire la massima salvaguardia dell’equipaggio, aumentando così tempi e complessità. Tornare sulla Luna significa, di fatto, ricominciare da capo. Con meno fondi, più vincoli, tecnologie tutte da ripensare e senza quella pressione geopolitica che, all’epoca, accelerava ogni decisione.