
Il Festival di Sanremo è da sempre uno specchio dell’Italia. Ma per Paolo Crepet, quello che si riflette nella kermesse canora non è un’immagine incoraggiante. Il noto psichiatra e sociologo ha scelto il palcoscenico del Corriere della Sera per lanciare una riflessione a tutto campo sulla società contemporanea, partendo proprio dalla manifestazione musicale più amata e discussa del Paese.
L’occasione è la presentazione del suo ultimo libro, “Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà ”. Un titolo che è già un programma. Crepet, intervistato in vista di un suo intervento pubblico a Merano, non ha cercato mezzi termini: il suo obiettivo non è raccogliere consensi, ma smuovere le acque di un dibattito culturale che rischia di addormentarsi sugli allori.
Secondo lo psichiatra, eventi di massa come Sanremo finiscono per diventare il termometro di un malessere più profondo. Quello di una produzione culturale che, a suo avviso, si sta appiattendo su formati standardizzati. “Basta guardare la mediocrità  di Sanremo per capire che oggi non c’è più niente da dire. Se togli la sofferenza togli il senso dell’arte, della bellezza e della scoperta: per questo non abbiamo più geni, ma solo replicanti che vendono una perfezione ignobile“, dice Crepet.

Nel suo ragionamento, la tecnologia e il mondo digitale giocano un ruolo ambiguo. Da un lato promettono rivoluzione, dall’altro – secondo lo psichiatra – nascondono dinamiche vecchie come il cuore dell’uomo. Per spiegarsi, cita un’icona del cinema come “Tempi moderni” di Charlie Chaplin: la catena di montaggio ha cambiato forma, diventando digitale, ma la sostanza di certi meccanismi sociali e lavorativi resta sorprendentemente simile.
Nel suo intervento, Crepet riserva uno sguardo anche al mondo della musica che fu. Nomina artisti come Lou Reed e Tom Jones, figure che hanno attraversato epoche e lasciato un’impronta. “Vorrei giovani che fanno l’amore sui divani ascoltando i Led Zeppelin e Stairway to Heaven. L’estasi è una cosa divina, sovraumana. Invece oggi ci accontentiamo della mediocritĂ di Sanremo: dieci di quei cantanti non valgono un piede sinistro di Lou Reed… Se non sei religioso il divino lo trovi lì o nella voce di Tom Jones, non in Sal Da Vinci, con tutto il rispetto”.Â