Neonata rapita a Cosenza, l’incredibile accusa della clinica alla mamma (2 / 2)

La vicenda della piccola Sofia ha scosso profondamente l’Italia. La neonata era stata sottratta da Rosa Vespa, una donna che si era finta infermiera presso la clinica Sacro Cuore di Cosenza. Approfittando della fiducia dei genitori, la donna aveva portato via la bambina, ma l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine rintracciò immediatamente la rapitrice.

Ora, a distanza di due mesi e mezzo, la strategia difensiva della clinica solleva nuove polemiche. Gli avvocati della società “Igreco Ospedali Riuniti”, che gestisce la struttura sanitaria, hanno infatti avanzato una tesi controversa: la responsabilità dei fatti non sarebbe da attribuire alla clinica, bensì alla madre di Sofia.

Secondo la difesa, la donna avrebbe “incautamente” consegnato la neonata a Rosa Vespa, senza accertarsi della sua reale identità. La linea difensiva della clinica si basa sull’argomentazione che la madre avrebbe dovuto riconoscere che Rosa Vespa non era un’operatrice sanitaria. In base a cosa?

Secondo gli avvocati, la donna avrebbe ignorato dettagli fondamentali come la mancanza di un cartellino identificativo e della divisa ufficiale. Inoltre, sottolineano che altre madri avevano allontanato la finta infermiera, impedendole di rapire altri neonati.

Questa ricostruzione, però, ha sollevato interrogativi sull’adeguatezza delle misure di sicurezza in vigore presso la clinica. I genitori di Sofia, indignati dall’accusa, hanno reagito con una querela contro la struttura sanitaria. La loro avvocata, Chiara Penna, ha dichiarato che esistono prove documentali che dimostrano gravi falle nei sistemi di sicurezza della clinica, risalenti addirittura al 2016. Questo elemento potrebbe ribaltare le responsabilità e portare a conseguenze legali per la struttura.