
Dalla Lazio al Monza — dove in Serie B visse una stagione di grazia segnando 18 reti — fino al ritorno in rossonero, Ferrario ha lasciato ovunque tracce del suo estro.
Ma è l’incontro con la Romagna a segnare indelebilmente la sua parabola umana e professionale.
A Cesena non trovò solo una maglia da onorare con 13 centri decisivi, ma l’amore della vita: Carla Manuzzi, figlia dello storico presidente Dino, un legame che lo radicò profondamente in quella terra generosa e solare, specchio del suo carattere.Appesi gli scarpini al chiodo dopo le esperienze con Ternana e Novese, il richiamo del campo fu troppo forte per essere ignorato.
La sua seconda pelle divenne quella dell’allenatore. Ferrario non era un tecnico banale; portava in panchina la stessa sagacia che aveva in area di rigore. Dalle giovanili del Cesena e del Milan fino alle grandi sfide con Ravenna, Rimini e il ritorno al timone del “Cavalluccio” nel 2000, Paolo ha guidato i suoi uomini con la forza del carisma e un’umanità fuori dal comune.

Anche nei momenti più difficili, come la sfortunata gestione della prima squadra bianconera in Serie A nel ’76, non perse mai quella dignità istrionica che lo rendeva unico.Gli ultimi anni di “Ciapina” sono trascorsi lungo la costa romagnola, tra il profumo del mare e il calore della sua famiglia: i figli Raffaele, Niki e Renzo, la nuora Greta e i parenti tutti, che oggi ne piangono la scomparsa. Se n’è andato a 82 anni, dopo aver visto il calcio cambiare volto, ma restando sempre fedele a quell’idea di gioco fatta di intuito e passione.
La sua sepoltura nel cimitero di Cesenatico chiude il sipario su un’esistenza vissuta a pieni polmoni. Paolo Ferrario ci lascia un’eredità fatta di gol impossibili e risate contagiose, ricordandoci che, in fondo, la vita è la più bella delle partite, specialmente se giocata con il sorriso beffardo di chi sa sempre dove cadrà il prossimo pallone.