Mamma e figlia m*rte: le ombre sulla famiglia perfetta. Ecco cosa è uscito fuori (2 / 2)

Le analisi condotte sui campioni biologici delle vittime hanno isolato tracce di ricina, uno dei più l*tali veleni conosciuti dall’uomo.

Non solo nel sang*e, ma anche in un capello di Antonella Di Ielsi, segno di una presenza che non lascia spazio a dubbi accidentali. La ricina non è una sostanza che si trova per errore in una dispensa; è un derivato del ricino che richiede una preparazione meticolosa e competenze chimiche non comuni. È un veleno che non perdona, difficile da tracciare e ancora più difficile da reperire, se non attraverso i canali oscuri del dark web.

Questa scoperta sposta l’asse dell’inchiesta: non si cerca più un lotto di cibo avariato, ma una mano assassin* che ha agito con fredda lucidità.

Le vitt*me erano il ritratto della stabilità: Sara Di Vita, 15 anni, era l’orgoglio del liceo classico locale, studiosa, riservata, con tutta la vita davanti. Accanto a lei la madre, Antonella, 50 anni appena compiuti, colonna portante dello studio commerciale di famiglia. Il padre, Gianni Di Vita, ex sindaco del paese e professionista stimato, è l’unico sopravvissuto a quel pasto mal*detto.

Anche lui accusò malori in quei giorni, ma in forma lieve, quasi un monito di ciò che stava per accadere alle sue donne.

In quella casa, attigua al mulino di proprietà, il 23 dicembre la famiglia si era riunita per cena. Mancava solo Alice, la figlia diciannovenne, scampata per puro caso a una sorte che appare oggi segnata.

Sara si è spenta il 27 dicembre all’ospedale Cardarelli di Campobasso: poco dopo, la madre l’ha seguita nel medesimo *bisso di soffer*nza.

Oggi Pietracatella osserva con il fiato sospeso.

Gianni e Alice sono tornati alle loro vite, ma è una quotidianità m*tilata.
Lui in ufficio, lei tra i banchi dello stesso liceo frequentato dalla sorella, entrambi ospiti di parenti perché la loro casa è ancora sotto sequestro, sigillata come una capsula del tempo che nasconde la verità.
«Sono allibito», dichiara il sindaco Antonio Tommasone, legato a Gianni da una lunga amicizia.

«Conducono una vita ritirata, casa e lavoro. Pensare a un omicidi* in una famiglia così perbene sembra impossibile». Eppure, la Procura ora scava nel profondo. Si cercano crepe in una facciata impeccabile: dissidi interni, tensioni patrimoniali, ombre legate all’attività professionale o, forse, segreti mai confessati.

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Gli investigatori della Squadra Mobile stanno ricostruendo ogni minuto di quel fine dicembre, analizzando contatti, tabulati e transazioni informatiche: se la ricina è entrata in quella casa, qualcuno deve averla portata.

Il passaggio da “incidente” a “delitto perfetto” è compiuto: ora resta da capire chi, e perché, abbia voluto cancellare una famiglia nel cuore del Molise.