
Le indagini condotte dalla Squadra Mobile di Campobasso hanno cercato di fare chiarezza sulla scomparsa di Antonella Di Ielsi e di sua figlia, Sara Di Vita, entrambe decedute a causa di un grave avvelenamento da ricina.
Questa sostanza, estremamente tossica, è diventata il fulcro di un’inchiesta che scava nel passato recente della famiglia per capire come sia potuta entrare in quella casa. Inizialmente, i sospetti degli inquirenti si erano posati su Gianni Di Vita, marito e padre delle donne, unico superstite del nucleo familiare. Tuttavia, gli esami tossicologici eseguiti sul suo sangue hanno dato esito negativo: nel suo organismo non è stata trovata nessuna traccia di veleno, un dettaglio che complica ulteriormente la ricostruzione della dinamica.
Nonostante l’assenza di sostanze tossiche nel corpo dell’uomo, gli investigatori continuano a monitorare la sua posizione, anche alla luce di alcune testimonianze che riferiscono di frequenti e accese liti in famiglia. Questi contrasti potrebbero rappresentare il movente dietro una vicenda che ha assunto contorni sempre più oscuri con il passare delle ore.

Il lavoro della polizia scientifica e dei magistrati è ora concentrato sulla provenienza del veleno. Capire chi possa essersi procurato la ricina e con quale finalità è l’obiettivo principale per chiudere il cerchio attorno alle responsabilità di questo duplice decesso che ha sconvolto il capoluogo molisano.
Al momento, ogni pista resta aperta, ma la mancanza di contaminazione per il sopravvissuto spinge gli esperti a valutare ogni possibile scenario, dal gesto estremo all’azione deliberata di terzi. La comunità attende risposte, mentre i resti di una famiglia decimata restano sotto la lente d’ingrandimento della Procura, decisa a non lasciare alcun punto in sospeso in questa storia di cronaca.