
La novità più rilevante riguarda proprio Alberto Stasi, che ha deciso, attraverso i suoi legali, di avviare una richiesta formale di revisione del processo. Una mossa che non rappresenta soltanto un passaggio tecnico, ma un tentativo concreto di riaprire una delle vicende giudiziarie più discusse degli ultimi decenni.
La strategia difensiva è guidata dall’avvocata Giada Bocellari, che sta lavorando alla raccolta e all’analisi dei nuovi elementi emersi nell’inchiesta. La richiesta verrà depositata presso la Corte d’Appello di Brescia, competente per le revisioni dei processi celebrati a Milano, una volta completata la fase di acquisizione degli atti della Procura.
Al centro del nuovo scenario investigativo compare la figura di Andrea Sempio, indicato come possibile responsabile del delitto sulla base di una nuova lettura degli elementi raccolti. Secondo questa ipotesi, rielaborata dagli inquirenti, il movente sarebbe legato a una dinamica personale mai completamente chiarita nelle fasi precedenti delle indagini.

Gli investigatori avrebbero rivalutato alcune tracce e testimonianze alla luce di tecnologie più recenti, non disponibili all’epoca dei fatti. Questo avrebbe portato a una ricostruzione differente rispetto a quella che aveva condotto alla condanna definitiva di Stasi. Nel frattempo, l’ex studente oggi si trova in regime di semilibertà e conduce una vita regolata, con attività lavorativa esterna e rientro serale in struttura. La possibilità che venga completamente escluso dalla scena del delitto rappresenta per lui un possibile punto di svolta dopo anni di battaglie giudiziarie.
Dall’altra parte, la difesa di Sempio respinge ogni accusa, definendo le ipotesi emerse come infondate. Tuttavia, la fase attuale è ancora preliminare e sarà determinante per capire se la richiesta di revisione verrà effettivamente accolta. Se ciò accadesse, il caso di Garlasco potrebbe entrare in una nuova fase processuale, con conseguenze rilevanti non solo sul piano giudiziario ma anche su quello mediatico e sociale. Una vicenda che, a distanza di quasi due decenni, continua a rappresentare uno dei nodi più delicati della giustizia italiana contemporanea.