
Le sorti della cosiddetta “famiglia nel bosco” di Palmoli, nel Chieti, restano ancora in sospeso un limbo giudiziario tutto da definire. Emergono intanto nuovi dettagli sulla condizione della madre, Catherine Birmingham.
Fonti vicine alla famiglia e operatori dei servizi sociali riferiscono di un clima sempre più teso nella struttura che ospita Catherine. Secondo queste ricostruzioni, la donna fatica ad adattarsi alle regole della comunità, con episodi di forte stress che sfocerebbero in esplosioni di ira. La sua reazione è descritta come la risposta di una persona abituata a una vita libera e all’aria aperta, ora costretta tra quattro mura e a una routine imposta.
“Il problema è proprio questo: una persona come lei, vissuta in modo totalmente diverso, si ritrova improvvisamente confinata, senza nulla da fare tutto il giorno. È una condizione che può logorare chiunque“, ha commentato il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, cercando di spiegare il malessere della Birmingham. Il vero ostacolo al ricongiungimento familiare, però, sembra essere materiale e burocratico.

La possibilità di riavere i figli è vincolata alla ristrutturazione del vecchio casolare in pietra dove la famiglia viveva, per renderlo idoneo e sicuro. Nonostante annunci e intenzioni, al comune di Palmoli non risulta ancora alcuna pratica edilizia depositata da parte della coppia per avviare i lavori necessari, come l’installazione di un bagno interno e di nuovi infissi.
Il percorso verso il ritorno dei figli sembra bloccato da un duplice fronte: la difficoltà personale ad adeguarsi a un sistema di regole e l’incapacità, finora, di mettere in moto i lavori sulla casa che il tribunale indica come condizione imprescindibile. In tutto ciò, i figli della coppia continuano a vivere con angoscia questa situazione di allontanamento dal proprio nido famigliare. Nella struttura, gli incontri con i genitori sono controllati e centellinati. Una situazione incresciosa, dove ad essere compromessa è innanzitutto la serenità di questi bambini, privati dell’amore dei genitori in nome della supremazia di presunte norme sociali imposte dallo Stato.