
Accanto a lui, Antonella, una donna descritta da tutti come instancabile, che non solo gestiva la casa ma collaborava attivamente nello studio professionale del marito.
Erano, nelle parole dei vicini, “una coppia inseparabile”, unita da un progetto di vita che affondava le radici nell’economia locale: la famiglia di lui possedeva un mulino storico, simbolo di tradizione e nutrimento, situato proprio accanto all’abitazione teatro del dr*mma; la famiglia di lei gestiva un antico forno nel cuore del borgo.
In questo scenario di operosità si muoveva Sara, 15 anni, studentessa del liceo classico.

Chi la conosceva parla di una ragazza solare, dotata di una gentilezza rara e di una dedizione agli studi che la rendeva l’orgoglio dei genitori.
Quella sera del 23 dicembre, intorno alla tavola dei Di Vita, mancava solo Alice, la figlia maggiore di 20 anni, sfuggita per un caso del destino a quella cena che si sarebbe rivelata l’inizio della fine. Tutto comincia dopo quel pasto consumato a ridosso della vigilia. I primi malori, la corsa al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli, le dimissioni e poi il trac*llo improvviso.
Per mesi, l’opinione pubblica ha puntato il dito contro il sistema sanitario, ipotizzando una negligenza medica che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di cinque professionisti. Si cercava un colpevole tra le corsie, tra le diagnosi mancate o i protocolli non rispettati.
Ma la verità era nascosta nelle cellule delle vittime. La scoperta della ricina ha cambiato tutto. Questa sostanza, estratta dai semi del ricino, è un k*ller silenzioso: una volta ingerita, inizia un lavoro di smantellamento interno degli organi che simula i sintomi di una violenta gastroenterite, rendendo la diagnosi quasi impossibile senza test mirati.
L’ombra della premeditazione si è allungata sulla casa di via delle Frasche: chi ha introdotto la ricina nel cibo o nelle bevande della famiglia? E perché colpire proprio quel nucleo così apparentemente sereno?
Oggi, l’abitazione dei Di Vita rimane sigillata, un involucro di mattoni che custodisce segreti che gli inquirenti stanno cercando di decifrare attraverso rilievi scientifici maniacali.
Gianni Di Vita e la figlia Alice vivono ormai lontano da quella casa che è diventata un mausoleo di ricordi dol*rosi e sospetti atr*ci.
Il sequ*stro dell’immobile è il segno tangibile di un’indagine che non esclude alcuna pista: si scava nella vita privata, nei contatti professionali, nelle frequentazioni, cercando un movente che possa giustificare un atto di tale ferocia.
Il passaggio del fascicolo da “omicid*o colposo” a “duplice omicid*o premeditato contro ignoti” segna l’inizio di una nuova fase, più cupa.
Non si parla più di errore, ma di una mano assassina che ha scelto un’arm* medievale e modernissima allo stesso tempo.
Mentre Pietracatella prova a tornare alla normalità, il ricordo di Sara e Antonella resta vivo nelle chiacchiere sottovoce davanti al forno o vicino al mulino, in attesa che la giustizia dia un nome al fantasma che ha avvelenat* il Natale di un intero Paese.