
In ambito medico-chirurgico, e in particolare nel campo dei trapianti, l’espressione “cuore bruciato” non si riferisce a una combustione fisica (fiamme), ma è un termine gergale tecnico utilizzato per descrivere un organo che ha subito un grave e irreversibile danno tissutale durante le fasi che precedono l’impianto.
Ischemia Prolungata (Mancanza di Ossigeno) che è la causa più comune. Dal momento in cui il cuore viene prelevato dal donatore a quando viene riattivato nel ricevente, deve essere mantenuto in condizioni di freddo estremo. Se questo intervallo (chiamato tempo di ischemia fredda) dura troppo a lungo o se la catena del freddo si interrompe, le cellule del muscolo cardiaco iniziano a m*rire.
Il cuore “si brucia” perché perde la capacità contrattile: una volta trapiantato, non riesce più a ripartire; danno da Riperfusione che paradossalmente può avvenire anche quando il s*ngue torna a scorrere nell’organo. Se le cellule sono rimaste senza ossigeno per troppo tempo, l’arrivo improvviso di s*ngue ossigenato può scatenare una reazione chimica violenta (stress ossidativo) che d*strugge le membrane cellulari, rendendo il cuore inutilizzabile.

In questo caso, quello del piccolo Tommaso, si tratta però di un errore nella conservazione del cuore che è giunto da Bolzano. L’organo viene conservato in soluzioni chimiche specifiche a temperature controllate (circa 4°C). Se la soluzione non è corretta o se il cuore entra in contatto diretto con il ghiaccio (causando il congelamento di alcune parti), i tessuti subiscono un t*auma termico che i chirurghi definiscono, appunto, come un organo “bruciato” o compromesso.
Invece del ghiaccio comune (0°C), per il trasporto dell’organo da Bolzano a Napoli sarebbe stato utilizzato erroneamente ghiaccio secco (anidride carbonica solida), che raggiunge temperature di circa -78°C. Nonostante l’organo apparisse visibilmente deteriorato, i medici hanno proceduto ugualmente all’impianto. Il cuore non è mai ripartito correttamente, costringendo i chirurghi a collegare il piccolo a una macchina ECMO (circolazione extracorporea) per mantenerlo in vita. Le prossime ore saranno fondamentali per capire cosa fare e se il bimbo possa o meno farcela.