Decesso Giovanni Tamburi, la confessione scioccante del padre (2 / 2)

Le parole di Giuseppe Tamburi restituiscono tutta la profondità di un dolore che non trova consolazione. Il padre di Giovanni Tamburi, il ragazzo bolognese di 16 anni che ha perso la vita la notte di Capodanno a Crans-Montana, ha parlato pubblicamente per la prima volta nel giorno più difficile, quello dell’arrivo del feretro del figlio al cimitero di Borgo Panigale, a Bologna.

Davanti alle telecamere e ai cronisti, l’uomo ha affidato a poche frasi il racconto di una quotidianità spezzata all’improvviso. «Vivevamo insieme, ogni mattina ci salutavamo e la sera ci davamo la buonanotte. Ora mi hanno tolto tutto», ha detto con voce provata. Un legame fatto di gesti semplici, di presenza costante, che oggi lascia spazio a un vuoto che appare incolmabile.

Poi le parole strazianti: «È come se fossi morto anch’io insieme a lui». Giovanni viene descritto come un ragazzo solare, appassionato di musica e sport, capace di farsi voler bene da chiunque lo incontrasse. «Era benvoluto da tutti», racconta il padre, ricordando anche il suo impegno a scuola, vissuto non come un obbligo imposto ma come un dovere sentito. Un adolescente che guardava al futuro con entusiasmo e responsabilità, come dimostrano i piccoli traguardi appena raggiunti.

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Tra questi, uno in particolare pesa particolarmente: la moto comprata da poco, simbolo di libertà e di crescita, che Giovanni non ha mai potuto utilizzare. «Era felice come non mai», ricorda Giuseppe Tamburi, sottolineando l’amarezza di un sogno rimasto incompiuto.

Il padre, visibilmente provato, ha poi interrotto il suo intervento, chiedendo comprensione ai giornalisti presenti. «È stato un dramma. Scusate, ma non riesco a dire altro», ha detto, annunciando che troverà forse la forza di parlare durante la cerimonia funebre in chiesa. Intanto Bologna si stringe attorno alla famiglia Tamburi, nel silenzio e nel rispetto di un cordoglio che va oltre ogni parola.