Il ciclo della vita, per decenni, ha promesso un orizzonte chiaro: dopo una vita di contributi, l’agognato riposo si sarebbe materializzato in una data certa. Quell’attesa, quell’idea di un traguardo fisso, rappresenta per milioni di lavoratori l’ultima, grande certezza.
Eppure, dietro il velo della quotidianità, si muovono forze economiche e demografiche capaci di riscrivere il calendario di tutti. A ridefinire l’equazione della vecchiaia è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, o Ocse. Sui tavoli dei ministeri e delle agenzie di previsione è atterrato un rapporto dal peso specifico notevole.
Il documento contiene un avvertimento che risuona come un cambio di programma inatteso per intere generazioni di europei e non solo. Secondo le proiezioni, in numerosi Paesi il ritiro dal lavoro è destinato a spostarsi sempre più avanti, seguendo logiche di bilancio e di allungamento della vita.L’Italia, che già si muove su equilibri delicati, si trova di fronte allo scenario più drastico.

Per chi entra oggi nel mercato, o per i più giovani, l’età di uscita dal lavoro potrebbe raggiungere una cifra che fino a pochi anni fa appariva quasi assurda. La data della possibile pensione si sposta, infatti, fino a sfiorare la soglia dei 70 anni.
Un numero che trasforma la quiete attesa in un lungo, inaspettato supplemento lavorativo.Un sacrificio che, apparentemente, verrà mitigato da una piccola, immediata consolazione che arriverà già il prossimo anno. Ma quanto vale la novità contro il peso di un decennio in più di servizio, cosa ha studiato il Governo?