Alessia Pifferi, la richiesta choc dal carcere: il legale rimane basito (1 di 2)

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La piccola Diana Pifferi non c’è più e nessuno ce la ridarà indietro. Questa è l’unica vera certezza dell’efferato figlicidio che ha sconvolto l’Italia intera. A soli 18 mesi, Diana giace in una bara bianca, sepolta nel cimitero comunicale del luogo in cui si sono tenute le sue esequie.

Sappiamo che ad ucciderla è stata la madre, colei che l’ha messa al mondo, dunque, non un killer preso a caso. Parlo di Alessia Pifferi, 37anni, oggi rinchiusa nel carcere di San Vittore, in isolamento, sorvegliata a vista.

Si teme, come spesso avviene in questi casi, che possa compiere atti autolesionisti, che possa arrivare a suicidarsi, che possa subire aggressioni da parte delle altre detenute perché, in carcere, vige una legge non scritta ma sempre applicata: donne e bambini non si toccano.

Su di lei pende un’accusa gravissima, quella di omicidio volontario pluriaggravato. Un’accusa pesantissima, per cui rischia l’ergastolo, e che potrebbe ulteriormente aggravarsi all’esito degli esami tossicologici per i quali occorrerà attendere.

Solo allora avremo un quadro più chiaro e capiremo se la piccola, morta di stenti, lasciata da sola in casa per 6 giorni con un solo biberon di latte che avrebbe dovuta tenerla in vita, in un lettino da campeggio, sia stata addirittura sedata, con gocce di benzodiazepine, dato che un flacone quasi vuoto di En, un ansiolitico, è stato ritrovato nella cucina dell’abitazione di via Parea, quella in cui Diana è stata rinvenuta cadavere.