Alessia Pifferi, interrogatorio choc: nuovi inquietanti dettagli. “Ma non sono una cattiva madre” (2 di 2)

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E la storia è continuata con Diana, che era nata a 7 mesi il 29 gennaio di un anno fa. L’orrore che i carabinieri si sono trovati di fronte era agghiacciante. Il cadavere della piccola, gracile, malnutrita, piena di piaghe, dei segni lasciati dai pannolini che per giorni la madre le aveva lasciato addosso.

Il corpicino senza vita in un lettino da campeggio con accanto un biberon contente tracce di latte, un pannolino sul lettone, lanciato oltre le sbarre della culla, un altro pannolino sul davanzale, pieno di vermi. Gli investigatori nell’abitazione hanno trovato solo una boccetta di En, di benzodiazepine, vuota per 3 quarti su un mobile della cucina, con dubbio che possa avergliele somministrate per farla stare calma durante la sua assenza.

Intanto la Pifferi, dopo averle dato gocce di tachipirina (il cui flacone non è stato ritrovato) per placare i dolori dei dentini che stavano spuntando, ha chiuso il trolley ed è partita per Leffe, in provincia di Bergamo, dal suo nuovo compagno, sapendo che sua figlia sarebbe potuta morire.

Così è stato al suo ritorno, quando, tornata nel piccolo bilocale di Via Paranea, nel quartiere popolare e periferico di Ponte Lambro, vedendo che Diana non si muoveva, le ha dato una pacca sulla schiena, le ha messo i piedi nel lavandino per rianimarla, senza alcun segno di reazione. A quel punto ha chiamato la vicina di casa, che ha allertato immediatamente i soccorsi. I sanitari, giunti sul posto, non hanno potuto far altro che constatare il decesso della  bambina, che risalirebbe ad un giorno prima.

E il racconto della Pifferi non ha mostrato una lacrime, un segnale di colpa, di pentimento per quanto accaduto. Neppure una lacrima è scesa dal suo volto, impassibile, in un interrogatorio senza pause, tutto d’un fiato. Intanto si continua ad indagare perché sono ancora tanti i punti da chiarire in questo figlicidio.

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