La freccia avvelenata: la parabola buddista che ci mette di fronte al nostro peggior errore (1 di 2)

La freccia avvelenata: la parabola buddista che ci mette di fronte al nostro peggior errore

Buddha è una figura molto importante quando si cerca di sviscerare i motivi della sofferenza dell’anima e del senso di inquietudine che gli umani provano costantemente.
In una sua parabola, quella della Freccia Avvelenata, la figura centrale del buddhismo ci incoraggia a concentrarci sulle cose più semplici, come se fossero una strada che ci permette di raggiungere le mete più ambite.
Questo concetto si può perfettamente riassumere in una sola frase: un percorso di mille chilometri inizia da un solo passo.

La freccia avvelenata: la parabola buddista che ci mette di fronte al nostro peggior errore

 La “parabola della freccia avvelenata” è stata inserita nel Majjhima Nikaya, una raccolta di testi buddhisti che fanno parte del Canon Pali.
Gautama Buddha raccontò questa storia ad uno dei suoi discepoli. Il giovane si era dimostrato troppo impaziente di sapere dal maestro le risposte alle “14 domande senza risposta”, inerenti a questioni metafisiche come la vita dopo la morte. Un desiderio che lo faceva soffrire.

La freccia avvelenata: la parabola buddista che ci mette di fronte al nostro peggior errore

Allora il Buddha iniziò: “C’era una volta un uomo che venne ferito da una freccia avvelenata. Per aiutarlo era stato proposto di chiamare un medico, però l’uomo non voleva. Diceva che prima di essere curato avrebbe voluto sapere il nome dell’uomo che lo aveva ferito, la casta a cui apparteneva e le sue origini.
Voleva se questo uomo fosse alto, forte, se avesse la pelle chiara o scura.
Voleva anche sapere quale tipo di arco aveva usato e se la corda dell’arco fosse fatta di bambù, canapa o seta.